Vincenzo Robortella
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Intervento su Proposta di riforma del bicameralismo e del titolo V della Costituzione presentata dal governo Renzi in data 12 Marzo 2014

 

Intervento del 02/04/2014

 

Grazie, Presidente Lacorazza. Egregi colleghi consiglieri, Presidente Pittella, Assessori, il dibattito che stiamo oggi affrontando sulle riforme costituzionali da adottare al fine di dare maggiore efficienza all'ordinamento della Repubblica, garantendo al contempo la rappresentatività delle Istituzioni democratiche, ha attraversato l'intero corso delle legislature precedenti. 

Dobbiamo dare atto al presidente Renzi del coraggio e della concretezza che sta dimostrando nel voler allontanare quella brutta abitudine tutta politica del rinvio continuo e degli indugi. 



Il significativo impulso del presidente Renzi ha consentito, infatti, di definire un'accelerazione su questo fronte, ed uno degli aspetti più significativi di questa voglia di celerità è rappresentata dal dibattito e dal confronto che anche noi, qui in Regione, stiamo sviluppando. 

La ratio che sottende il Disegno di Legge è senza dubbio condivisibile ed auspicabile, in nome dell'esigenza, ampiamente sostenuta, di procedere in tempi celeri a quelle riforme istituzionali da troppo tempo attese e da cui la politica finora è sembrata farsi carico soltanto attraverso il profilo retorico, senza mai mettere in atto progetti tangibili. 

Da qui l'invito, però, a ben intraprendere questo percorso nei due sensi, nell'incoraggiamento a proseguirlo, ma soprattutto nel definirlo con chiarezza in un equilibrio virtuoso tra tutte le parti dello Stato per il buon funzionamento della nostra democrazia. 

Noi tutti sappiamo la rilevanza di queste riforme e siamo consapevoli del fatto che la struttura costituzionale deve essere vistosamente modificata. 

Tuttavia, il confronto che nei luoghi nazionali ed anche in questa Aula si sta portando avanti, dimostra il carattere delicato di un così profondo cambiamento, né è possibile considerare le riserve dei dubbi che ciascuno di noi può avere nei confronti della riforma così strutturata un semplice esempio di atteggiamento conservatore. 

Considerazioni del genere rischiano di appiattire il dibattito politico e lo spazio libero del pensiero. È lo spazio della democrazia, il pensiero, la libertà di espressione delle proprie posizioni e soprattutto il diritto di rappresentanza di cui tutti i cittadini devono godere, che dobbiamo tutelare, difendere con l'obiettivo primario da non perdere di vista. 

Ogni azione o riforma che bisogna mettere in campo, deve sempre mantenere quel necessario presidio di democrazia; soprattutto dobbiamo snellire e non svilire l'attività parlamentare. 

Personalmente, ritengo che l'assetto istituzionale previsto dalla Costituzione, fondato sulle due Camere, ha una sua razionalità, naturalmente discutibile e probabilmente invecchiata, necessariamente da rivedere e rendere più funzionale rispetto all'attuale impostazione ed alle necessità dei nuovi tempi. 

Tuttavia, sottrarre tout court all'edificio costituzionale del nostro Paese un'architrave fondamentale, come quella del ruolo del Senato, rischia di far scivolare nella instabilità l'intero edificio se non si provvede a colmare in modo adeguato e virtuoso il vuoto creato. 

La modernizzazione e la revisione doverosa e legittima, ripeto, delle istituzioni non può prescindere dalla doverosità e dalla necessità di restituire ai cittadini la facoltà di scegliere direttamente i propri rappresentanti istituzionali, perché, come spesso abbiamo detto, uno dei grandi problemi che dobbiamo affrontare è quella distanza sempre più marcata tra la volontà popolare e il governo, tra i cittadini e la politica. Oggi ogni riforma non può e deve accentuare ancora di più quel divario già radicato tra istituzioni e cittadini, ma deve servire per ricreare sinergie, simbiosi, dialogo e soprattutto il confronto. 

Il problema del ruolo del Senato non può essere affrontato partendo dalla demagogica affermazione che con la proposta del Governo si risparmierebbe il costo dei Senatori. È un tentativo di distrarre l'attenzione dal problema centrale. 

A che cosa deve servire il Senato? Il Senato non può essere ridotto ad una sorta di Conferenza Stato-Regioni, integrata da 21 Senatori scelti dal Presidente della Repubblica. Se si parla da tempo di riforme, adeguamento delle indennità, come mai il Governo ha deciso di intervenire soltanto sul Senato? La Camera, così com'è, con i suoi 630 parlamentari, ha il 50% in più dei membri del Congresso degli Stati Uniti e soprattutto i nostri deputati hanno l'indennità più alta d'Europa. 

Ma il problema dei costi della politica, nella misura in cui esiste, si può risolvere anche in diverso modo, riducendo, ad esempio, il numero complessivo dei parlamentari di entrambe le camere e le loro indennità. 

Per quanto riguarda i tempi è certamente indispensabile rivedere e cambiare i regolamenti. Ridurre però il Senato ad un organo non elettivo a cui resterebbe la sola funzione di partecipare alle riforme costituzionali, è una gravissima limitazione della rappresentanza e quindi della democrazia. Questo Senato deve avere una coerenza di funzione e composizione ed essere un ente utile. Penso quindi alle funzioni di verifica, di controllo e di garanzia necessaria. 

Vorrei, inoltre, fare un'ulteriore considerazione. Il Senato delle Autonomie, così come rinominato, composto da soggetti provenienti da altre istituzioni e titolari delle cariche relative elettive perderebbe la natura di organo permanente e finirebbe per ingessare l'attività quotidiana di Regioni, come la nostra, che ha solo 20 Consiglieri 

Condivido le parole espresse qualche giorno fa dal collega Spada quando dice che il rischio vero è di mettere in campo delle riforme importanti senza aver prima individuato un obiettivo da perseguire, quindi cosa vogliamo diventare e qual è il nostro modello di Stato a cui aspirare. 

È vero, com'è stato detto ed iscritto, l'errore di non aver individuato un modello da perseguire ed è ancora più evidente quando parliamo della riforma del Titolo V della Costituzione. Se l'obiettivo di tutti è quello di rendere l'istituzione più vicina alle persone e di avviare una gestione più controllata ed accorta, allora è doveroso affrontare il tema della riforma del Titolo V con grande apertura, ma anche con senso di responsabilità e lungimiranza politica. 

La Regione è sul territorio il contatto costante, forte che il cittadino ha con le istituzioni e non possiamo accettare di rompere tale legame. Le Regioni svolgono quell'importante funzione di mediare e risolvere le crescenti istanze conflittuali che la crisi ha trascinato dietro. Il ruolo delle Regioni, oggi più che mai, è quello di contrastare la frammentazione sociale e rompere quella competizione tra i territori. 

Grazie alle Regioni possiamo ribadire, al contrario, le ragioni dell'unità, dell'uguaglianza, della cittadinanza, recuperare l'efficienza del sistema pubblico ed offrire ai cittadini servizi territoriali di qualità. Questo è reso ancora più evidente ed essenziale dopo l'abolizione delle Province. Se dovessimo ripensare ad un modo per riorganizzarci dopo l'abolizione delle Province, allora è indispensabile puntare con forza al ruolo ed ai compiti delle Regioni. 

Spero che il Parlamento consenta di organizzarci con i Comuni, che sono sempre più in affanno, fornendo alle Regione un potere ordinativo sui livelli comunali e sulle autonomie locali che, al momento, non è previsto dalla Riforma costituzionale proposta dal Governo Renzi. 

La nostra Costituzione è definita da pesi e contrappesi individuati dai padri costituenti per assicurare il giusto equilibrio nel rapporto tra enti e potere, quell'equilibrio che garantisca la qualità democratica della dialettica istituzionale e politica. In tale contesto sono state inserite le regioni, come dei tasselli fondamentali della struttura dello Stato, strumenti attraverso cui le competenze, i poteri e le finalità statali si declinano e si intersecano con le comunità ed i territori. 

Attraverso le Regioni, le attività, le decisioni statali, hanno avuto ricadute più immediate e per questo più leggibili e riconoscibili rispetto alla vita dei nostri cittadini. 

È solo recuperando e rilanciando lo spirito originario con cui le Regioni furono previste nella nostra Costituzione, salvaguardando quel carattere vitale dell'impianto istituzionale che tuttora esso riveste, che si può e si deve ripensare ad una ridefinizione della loro struttura. 

Per farlo è opportuno, addirittura doveroso, raccogliere le migliori energie e le migliori idee che possono provenire da più parti, perché come spesso viene detto, non è pensabile affrontare i problemi del paese ed in particolare del Sud con una visione frammentaria. 

Attuare percorsi di rinnovamento vero, costruire relazioni virtuose con le regioni limitrofe, trovare strategie di intervento condiviso è il passo vincente per valorizzare il nostro territorio e mettere in pratica quelle visioni di regione aperta. 

Accolgo con interesse quella che possiamo definire una prospettiva di un nuovo regionalismo in un contesto macroregionale, considerata come capacità di progettare e sperimentare forme di cooperazioni tra regioni limitrofe che vadano oltre la logica tradizionale della prossimità territoriale e si realizzano invece attorno a delle reti funzionali che attraverso i diversi territori, senza però, come ha sottolineato giustamente il collega Spada, nessun equivoco di annessioni antistoriche e senza la volontà di sciogliere le attuali Regioni per pensare ad istituzioni di area vasta. Se è vero che non possiamo rinunciare al percorso comune di progettazione, sinergia, condivisione e strategia con le altre realtà del Mezzogiorno, d'altro canto è anche importante ribadire e difendere l'identità della nostra Regione, della struttura democratica ed elettiva della nostra Basilicata.

 

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